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Oreste Zevola

saturn’s banquet
a cura di Maria Savarese
12 marzo_12 aprile 2009

Saturno è morto, viva Saturno!

Oreste Zevola ripercorre le sue tracce attraverso la via della scultura: e la sua ricerca culmina in Saturn’s Banquet, una suggestiva istallazione, un banchetto apparecchiato su un tavolo ricoperto di cenere nera con cui l’artista rievoca i Saturnalia, ovvero le feste che gli antichi romani dedicavano a Saturno, divinità che incarnava l’Età dell’oro, un’epoca di pace e prosperità, durante la quale gli uomini vivevano insieme agli dei, senza preoccupazioni, fatiche e dolori, senza mai invecchiare, ma addormentandosi dolcemente nel sonno della morte. La terra dava loro spontaneamente tutto ciò di cui avevano bisogno. Il sincretismo religioso tra le divinità latine e quelle greche associò Saturno al dio greco Cronos, ovvero il Tempo, che secondo il mito divorava i suoi figli per paura di essere detronizzato. Con uno stratagemma uno dei bambini, Giove, era sfuggito al suo destino, e, divenuto adulto, aveva scacciato suo padre prendendone il posto. Così Saturno si era rifugiato in una zona chiamata Latium, dove era stato accolto dal re del posto (Giano) e aveva dato vita all’Età dell’Oro, governando quella terra e insegnando agli uomini a usare il falcetto e la roncola, ovvero a coltivare la terra assecondando la sua naturale generosità. Ma Giove lo aveva trovato e scacciato nuovamente, esiliandolo in un’isola deserta dove, secondo la mitologia, sopravvive in una sorta di vita nella morte avvolto in lini funerari, aspettando il tempo del suo risveglio, quando rinascerà come bambino e restaurerà l’Età dell’Oro.

Gli antichi romani auspicavano tale risveglio attraverso i Saturnali, ovvero giorni di festa con cui riproporre il regno del loro dio: l’autorità dei padroni sugli schiavi era sospesa, i servi cambiavano i loro abiti con quelli dei loro signori ed eleggevano un Re per le feste che presiedeva un grande banchetto, in cui il signore serviva a tavola i suoi schiavi, che erano liberi di parola e di critica. Un momento di festa e di rimpianto per un’epoca felice, che poteva essere ricostituita solo per pochi giorni all’anno. Zevola ritrova lo spirito dei Saturnali imbastendo un banchetto metaforico che celebra la magnificenza del dio, alternando gli elementi che lo contraddistinguono (come il falcetto) ai simboli del suo regno e delle cerimonie in suo onore, allestendo una danza mistica di creature fantastiche: figure danzanti in terracotta smaltata sono riunite in un corteo mitologico, dove ai fauni priapeschi ed ai caproni fanno seguito frammenti dal sapore archeologico ed elementi fortemente simbolici come candelabri antropomorfi, astanti sorridenti e ieratici sacerdoti. Elementi di un racconto evocato, mai esplicato chiaramente, a tratti inquietante come il mistero che avvolge i riti dei Saturnali, sospesi tra luce e ombra: secondo una tradizione arcaica, il Re della Festa veniva messo a morte alla fine del banchetto. Un modo per riportare il mondo al consueto ordine e ricordare che Saturno non è solo divinità di luce, ma anche di sangue: nella mistica processione, infatti, fanno la loro comparsa anche dei pugnali rituali.

Un percorso dal mito al contemporaneo in cui il grafismo peculiare di Zevola e l’amore per la decorazione si combinano con una nuova essenzialità, con l’eleganza dei singoli elementi e la scenografia dell’insieme, trasportando gli spettatori in una dimensione sospesa, in cui l’antico e il moderno, il tempo e lo spazio si perdono, per giungere all’Arte.

Maria Savarese

Rassegna Stampa